Appunti presi visitando la mostra Lella and Massimo Vignelli – A Language of Clarity alla Triennale, in relazione al ruolo dell’AI nel design: Claude Design, Canva AI, DESIGN.md, ecc.
Secondo Massimo Vignelli, la vita di un designer è una continua battaglia contro la volgarità, contro il brutto (“fight against the ugliness”).
Il brutto può essere partorito da un non-designer che si improvvisa designer senza averne le competenze, ma anche da un designer che non pensa (o che non viene messo nelle condizioni di pensare).
Nelle mani di un non-designer, l’AI pone alla stessa distanza il risultato giusto (professionale, “bello”) e quello sbagliato (ignorante, “brutto”). È allo stesso tempo uno strumento di empowerment e un’arma impropria. La fatica dell’esecuzione non funziona più da filtro. Ormai lo diamo tutti per assodato.
Ma forse è il “brutto professionalmente rifinito” la vera novità, e il pericolo maggiore. La volgarità con la superficie della qualità. La battaglia contro la volgarità diventa battaglia contro dati e risposte di default degli LLM.
L’AI ci illude di azzerare l’importanza del “saper fare”, spostando l’asse sul “sapere”: qualità delle specifiche, e capacità di giudizio sull’output.
Ma non è piuttosto una questione di “saper essere”, che prescinde dalla singola lavorazione? Metodo, postura, ascolto. Una disciplina che è intellettuale prima che manuale. “Design is one”: non è forse questa l’essenza?
Una grossa sfida che abbiamo davanti: come si educa un occhio quando la mano non serve più?



